EPOPEA DEL “SAMURAI”

Queste parole di colore oscuro io vidi scritte al sommo di una porta….

(di Sandro Baronti – Una volta Samurai sempre Samurai)

CANTO PRIMO: LE PASSATE GLORIE

Nel mezzo del cammin di nostra vita
ci ritrovammo in una palestra oscura
che’ erano tempi duri di congiuntura
e l’economia, aimè, era già sbiadita.

Pianti, tramestii, urla, lamenti e lai
venivan dal profondo di quell’Averno,
una bianca schiera in kimono all’interno
rimembrava i passati fasti del Samurai.

Tra le anime di quegli avi trapassati
alcuni volti un pò maturi ma ancor fieri
rimembravano la schiera di eroi di ieri
con le lacrime negli occhi un pò infossati.

Guidava quella schiera un cavaliere
dal nome altisonante di Ottocento
assai famoso e veloce some il vento,
grazie a lui si gonfiò il medagliere.

Ma noi fummo tosto invasi dal terrore
fremevano le membra per la tremarella
allorchè, regale, fece ingresso Pernarella,
incoronato tra le più feroci cinture nere.

Un’ombra dal rosso fiammeggiante crine
con un balzo felino ci si parò avanti,
“badate, io sono il grande Pietrosanti
del foro e del Samurai sono il più fine”.

In un antro appartato e un pò fumoso
vid’io un gruppo di umani senza volto,
erano Sposi e compagni, che han solo colto,
ad altri dando lustro, in modo assai dubbioso.

E mentre noi mortali si andava meditando,
un vate puro dallo sguardo assai profondo
gridò: “Questa palestra fu il mio piccolo mondo
del Maestro son io figlio, il mio nome è Armando”.

Gli fece eco una donna dell’italica istoria.
“Anch’io in questo mondo assai felice vissi,
e ancor vivrò come già io dissi
fedele e coerente, il mio nome è Gloria.”

Avanzò allora un fante dal fiero aspetto e disse
“Sono Gianolla dallo sguardo inquito
penso alle braccia spaccate anni addietro,
con me il Samurai un’era d’ori visse”.

Al limitar di quello speco, sul più bello
con quattro piroette a mò d’agile primate
si fece avanti minaccioso con le membra alzate
un Samurai splendente d’oro di nome Paparello.

E poi c’era anche un natio  romano
un tipo senza dubbio molto duro
dall’immortale nome Dario Alessandro Argano Il Puro
fu una meteora e se ne andò lontano.

CANTO SECONDO  :  LE GLORIE DI OGGI.

Quell’antro oscuro superammo noi,
ove risposano del Samurai gli antenati,
ma un’improvvisa luce colpì noi accecati
e ci ritrovammo tosto in Via degli Eroi.

All’ingressso di quell’antro c’è Renée
che detiene il registro degli insolventi,
se tu insisti stai attento ai denti
che tàl madonna pratica jujutsu e karate

Poichè ero un’anima dei passati Samurai
mi fu concesso di entrare e prender posto
e mi fu detto: “lo spettacol inizia tosto,
attento, qui di cotte e crude ne vedrai”.

Entrato che fui in quella nuova dimensione
io meditavo sereno su uno scranno
felice di aver lasciato indietro qualche anno
e pronto a qualsiasi nuova tenzone.

Ma ecco, s’ode a destra un terribile suono,
a sinistra un lampo mi afferra,
in un vortice il mio corpo atterra
con un cupo rombo di tuono.

Ma io risorgo con balzo felino,
i miei occhi son dentro ai tuoi occhi,
il terrore mi piega i ginocchi,
come un nembo gli sono vicino.

Un tal ciclone fu visto giammai
dalla folla si leva un brusio,
si, o Signori, son proprio io,
di Argano son Samurai.

Si riunisce quel nembo a una schiera
tutt’intorno ad un uomo saggio,
una bianca cintura è il suo paggio,
splende ai fianchi una cintura nera.

Un ad uno si presentan quegli eroi
sotto gli occhi di quel grifagno
che piantato come un castagno
con alter cipiglio pungola i suoi.

Ave, il mio nome è Pecoraro
di avversari ne ho atterrati un gregge
sono sparsi i tatami di schegge,
in palestra son un tipo un pò raro.

Son io il sommo Martorelli
dall’alto vi scruto annoiato
son famoso per gli ippon che ho dato,
dei judoka son tra i più belli.

Ci son anch’io, il mio nome è Montani,
bada, ogni mia mossa è un guizzo,
porto i bianchi pedali per vizio
ma il terrore son del tatami.

Marcomeni son dall’ampio torace
ogni avversario demolisco in un lampo
pur le cinture nere non han scampo,
atterrisce il mio sguardo di brace.

Siamo noi i fratelli Freguglia
siam le torri di una fortezza
giammai crolleremo, è una certezza
ognun sul tatami è una guglia.

Eccomi a voi sono il prode Orlando
discendente del paladino di Roncisvalle
strapotente di braccia e di spalle
ma i piedi aimè tengo urlando.

Di Viccaro son io. Tieni a memoria,
sono guai se a terra ti trascino,
con una leva di schianto ti rovino,
delle virtù del Samurai sono la storia.

State all’erta son io il grigio Baronti
io mi alleno con donne ed infanti
d’altra parte gli anni son tanti,
alfin anche con voi farò i conti.

Come in una carica di mille bisonti
con un fragore di ossa rotte
sta il prode Molino menando botte
ma si allena soltanto in fin dei conti.

Il mio pregio sappiate è l’intelletto,
sono Perna, un fisico un pò in erba,
la mia cintura, è vero, è ancora acerba
ma sicura gloria in futuro aspetto.

Si appropingua una virago in miniatura,
Andreoli è il suo casato assai famoso,
l’avversario psicanalizzato va a ritroso
chè nella sua mente trasfusa è la paura.

In mezzo a tanti eroi ricordar non è vano,
ergendosi come un Dio dall’alto Olimpo,
granitico, statuario, inossidabile nel tempo,
diffonde il verbo il Maestro Argano.

Ma la schiera di eroi non ha fine
si succedono schiatte e generazioni,
già si affacciano nuovi campioni,
si riempiono di trofei le vetrine.

E Jigoro li guarda da lontano
i suoi occhi brillano di gioia
il popol di judoka non s’annoia,
il Gran Maestro non è morto invano.